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LOMBARDIA: TRA I SEGRETI DEL LAGO DI GARDA
---  (Touring Gennaio 2017) ---
Viaggio in bicicletta tra i segreti del lago di Garda. Dalla remota valle delle Cartiere di ieri e di oggi alle opere d’arte contemporanea nel parco del Vittoriale firmato da D’Annunzio. Secondo un’antica leggenda, la produzione di carta nella valle delle Cartiere ha avuto origine da un naufragio. Macerando nel Garda, la vela di una barca affondata ha prodotto un impasto che sotto al sole, dopo il recupero del relitto, si è trasformato in qualcosa di simile alla pasta della carta. La valle delle Cartiere è un paesaggio scavato dal fiume Toscolano in una gola dove per sei secoli, dal 1381 al 1962, si è prodotta carta di qualità per la Repubblica di Venezia e poi per l’Italia. I resti di antiche architetture industriali, riportate in alcuni casi alla luce da recenti scavi archeologici, emergono in mezzo a una vegetazione selvaggia che ha preso il posto di terrazzamenti coltivati, in un paesaggio quasi gotico, con toponimi come Lupo, a indicare la presenza di animali predatori scesi dalle montagne, le vie impervie e i perigli della cultura. La storia del naufragio e della vela è affascinante quanto confinata nella leggenda. Il viaggio che dobbiamo fare per risalire all'invenzione della carta è più lungo ed esotico. Passa per la via della seta. Perché la via della seta è stata anche la via della carta e la carta è stata inventata in Cina, Prima si usava il papiro, la pergamena e la pelle di pecora. Per comporre un libro bisognava sterminare un gregge, più sangue che inchiostro. Cai Lun, eunuco alla corte Han, nel II secolo ha escogitato il metodo di produzione dagli stracci. Per secoli la carta è stata dunque prodotta sminuzzando e facendo macerare tessuti usati: vecchi vestiti, cordame di bestie e barche, anche vele esauste. Il sapere umano, il sale della terra, è stato tramandato così. Sfruttando l'invenzione stracciona di un eunuco, portata in Europa dagli arabi dopo la conquista di Samarcanda. Difficile immaginare tutta questa ingegnosità oggi che possiamo scaricare migliaia di libri in un lettore e-book. Poteva mancare la peste? Nel periodo d'oro la valle delle Cartiere dava lavoro a 500 persone. Durante la pestilenza manzoniana del 1630 la valle andò in rovina. E le cartiere diventarono luogo di morte per diversi secoli. I vestiti, dunque gli stracci, erano il veicolo di contagio principale del batterio Yersinia pestis, pieni com'erano di pulci infette. Anche i bambini e le donne lavoravano nelle cartiere e morivano per trasformare stracci in libri. L'impervia natura della gola del fiume Toscolano non ha favorito le condizioni lavorative e neanche la conversione industriale nei secoli a venire e il distretto ha avuto un lento declino. Sul lago esiste oggi una moderna cartiera. I dipendenti in pensione hanno dato vita a un'associazione e animano il Centro di Eccellenza della Cartiera di Maina Inferiore. È la cartiera della valle chiusa per ultima. Ha smesso di funzionare nel '62, ma esisteva dal medioevo. Ci si arriva percorrendo il sentiero che alla fine dell'Ottocento è stato costruito per rendere meno difficili i trasporti. Si può percorrere in auto o in bici (un tunnel impedisce l'afflusso di pullman turistici) o a piedi. I cipressi della macchia mediterranea, vegetazione insolita qui, dovuta all'influsso temperato del lago, svettano accanto all'ultima ciminiera della valle. Oggi le antiche volte di pietra ospitano un museo dove si può assistere al processo di produzione ma anche il laboratorio di Toscolano 1381, che realmente sforna carta di qualità e fornisce clienti come il Vittoriale, la Banca d’ltalia, il Vaticano. Il processo produttivo in mostra a Maina è diverso da quello di Toscolano 1381 ma non troppo. Si vede la lama con la quale si tagliavano gli stracci per ridurli a coriandoli di stoffa, il maglio di legno che li schiacciava, dopo la macerazione nell'acqua facendo un rumore profondo e potente, i setacci che servivano per tirare su dall'acqua la pasta della carta, la pressa per eliminare l'acqua, i feltri per assorbire l'umidità residua mentre i fogli venivano stesi come panni, la colla per ricoprirli per ridurne la porosità. Oggi si usa pasta di cellulosa, proveniente dalla pianta del cotone, non più stracci. Originario del bresciano, Paganini impiantò bottega a Toscolano e pubblicò a Venezia il primo Corano stampato nel 1538. Un lavoro infinito per forgiare i caratteri mobili arabi che incontrò l'ostilità dei musulmani. La trascrizione del libro sacro era considerata una forma di preghiera. C'è voluto del tempo prima che i musulmani si rassegnassero ad abbandonare i Corani scritti a mano. Intanto della bottega dei Paganini si sono perse le tracce. Il cammino nella valle delle Cartiere può invece proseguire sulle tracce del passato. Si incontrano i resti di un'antica cartiera, a Maina Superiore, modernizzata e rimasta in funzione fino all'Ottocento. Oggi è una rovina piranesiana. Si incrociano ciclisti, camminatori, soprattutto tedeschi. Si passa davanti alla villa d'epoca dei Maffizzoli, ormai chiusa da tempo. Un punto di arrivo può essere Covoli, dove la strada si divide. Da un lato si attraversa un oscuro tunnel scavato nella roccia (occorre almeno la torcia del telefonino), sbucando sulla gola del fiume. Dall'altro si può proseguire percorrendo lo stretto camminamento, appeso a strapiombo sulla roccia. A Gardone Riviera (Bandiera Arancione del TCI), poco distante da Toscolano, si trova un altro luogo unico, il Vittoriale. Il nome è preso da un libro del 1436, El Vìctorial, che racconta le imprese dell'hidalgo Pero Nino, corsaro al servizio di Enrico III El Doliente e sposato con donna Costanza de Guevara. D'Annunzio lo ha letto durante l'esilio francese. Il Vittoriale è un'opera letteraria più che architettonica. E un casa romanzata, o un romanzo architettonico. Il regno di un personaggio per metà dandy e metà cavaliere, combattente ed eroe. Agli interni della Prioria, ombrosi, fitti di tappeti, statue, quadri, libri, un décor densissimo, si contrappongono gli esterni classici, monumentali per la celebrazione delle imprese di Fiume e della Grande Guerra. Ormai gli occhi di milioni di visitatori sono passati per la stanza delle reliquie, con il volante del motoscafo spezzato da un incidente mortale, sul carapace della Cheli, la tartaruga morta per una indigestione di tuberose che in sala da pranzo invita gli ospiti alla continenza, sulla testa scultorea della Duse, coperta da un velo accanto alla scrivania nello studio, sul bagno blu con le maioliche di Persia... D'Annunzio si trasferisce qui nel 1921. Ha bisogno di un luogo dove raccogliere i "relitti'' dei suoi "naufragi". Qui finisce di comporre forse il suo libro più bello, Notturno. Un'opera di frammenti, schegge di pensieri dolenti, dopo il ferimento all'occhio durante un volo bellico e ambientati in una Venezia livida e invernale. Il trauma provoca in lui un flusso di immagini: «Sotto la benda il mio occhio fiammeggia come il miraggio estivo di Bocca d'Amo». Quando si esce dall'infinita sequenza di stanze, il parco a picco sul lago colpisce ancora di più, nella sua ripida luminosità. Quando l'ha visto per la prima volta D'Annunzio ha scritto: «Tutto è azzurro come un'ebbrezza improvvisa, come un capo che si rovescia per ricevere un bacio profondo». Passeggiando nel parco si parla degli ulivi che torneranno a produrre olio, come ai tempi in cui D'Annunzio viveva qui e prima di lui il proprietario tedesco, espropriato durante la guerra, Heinrich Thode, storico dell'arte. Il Vittoriale era solo una casa colonica, prima che arrivasse il Vate a trasfigurarla, cosa che gli riusciva benissimo come scrittore e come scenografo domestico. Nelle nicchie, sparse tra gli ulivi, i roseti, il laghetto ipogeo, non ci sono più le amanti in posa, ma statue di scultori contemporanei che hanno donato le loro opere al Vittoriale Le più riuscite sono quelle dei cani, bianchi e metafisici, che si crogiolano nel sole tra le arche del mausoleo dove D'Annunzio è sepolto insieme a nove legionari dell'impresa di Fiume e all'architetto del Vettoriale, Maroni. Sono quelle statue che hanno destato più polemiche, dei cani tra le tombe non potevano che irritare qualche benpensante. Eppure non c'è niente di più dannunziano di questi levrieri, che in forma di scultura sono saliti dal cimitero dei cani, per tenere compagnia agli arditi. D’Annunzio amava molto i cani. Alla Capponcina, la sua prima reggia, ne aveva 37. Viene in mente un racconto. Cane come me, dove Curzio Malaparte sogna di essere accolto nell'aldilà dal cane Febo. Chi non vorrebbe essere accolto nell'aldilà dal proprio cane ?
 
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