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HONDURAS – BAY ISLANDS: IL COVO DEI TESORI
--- Dove Viaggi 2013 ----

Nell’Honduras settentrionale, bagnato dal mar dei Caraibi, c’è un gioiello tropicale da cartolina che si rifiuta di diventare una nuova Cancun.
Il mare dai colori irreali delle Bay Islands, antico rifugio dei corsari inglesi, e i tesori Maya di Copan sepolti nella giungla.
Due coloratissimi pappagalli sono gli unici a mostrare un filo di curiosità quando il water-taxi attracca alla grande palafitta appollaiata su un mare colore smeraldo.
Si può venire a vivere tra i canali di mangrovie che circondano il porto peschereccio di Oak Ridge dove due file di case colorate incorniciano una striscia d’acqua su cui sfrecciano velocissime lance cariche di anziane signore e scolaretti urlanti che tornano da scuola. Qui si viaggia cosi o a nuoto, perché la strada finisce nel molo. Lo chiamano il “villaggio degli inglesi”: un’isola di occhi azzurri e capelli biondi in un mare di paesini caraibici sgranati lungo la costa. Loro, “gli inglesi”, discendono dai pirati di Henry Morgan che si nascondevano a Roatàn in attesa di qualche galeone spagnolo carico d’oro. Il tesoro c’è, ma non è quello di Morgan. È un mare dai colori irreali che nasconde un reef da sogno, dove si respira ancora il profumo di un tropico rilassato e dai tramonti viola che sfidano la retorica dei tropici. Da queste isole sono passati tutti, pirati e gentiluomini, schiavi ribelli e gringos in cerca di paradisi perduti.
L’”isola dei pini” la chiamò Colombo, dopo averla scoperta nel suo quarto e ultimo viaggio del 1502; ma adesso il piccolo aeroplano che scivola giù tra le colline sfiora solo centinaia di scheletri di tronchi contorti. Però quando si ferma proprio alla fine dell’unico tratto di strada asfaltata dell’isola (la pista) il panorama è già cambiato, trasformato in un mosaico di palme che affiorano da un mare color giada.
Guanaja, un nome profumato come il mare, è l’isola più remota ed esclusiva delle Bay Islands. Non scopre facilmente i suoi segreti, bisogna trovare qualcuno che te li racconti. Quando cala la sera e i pellicani si tuffano nel blu indistinto del mare e del cielo, diventa un luogo dove respirare storie di misteri. Qui si parla di città precolombiane sepolte nella giungla o di personaggi più hollywoodiani di Indiana Jones, che giocavano a rimpiattino con le spie tedesche tra queste isole e il Belize.
Pini e nazisti se ne sono andati, ma le sorgenti d’acqua dolce e le cascate perse nella giungla ci sono ancora, anche la baia deserta dove Colombo si era imbattuto in una grande canoa piena di esterefatti mercanti maya. Nessuno dei due gruppi lo sapeva, ma era il primo incontro “ufficiale” tra il mondo europeo e una civiltà precolombiana.
Ma ci sarebbero voluti altri tre secoli prima che John Stephens e Frederick Katherwood iniziassero, proprio da Copàn, la riscoperta di una civiltà di cui si era perso il ricordo. Da allora gli archeologi non si sono più fermati, e Copàn negli ultimi anni è stata teatro di scoperte sensazionali. Una di queste ci aspetta dentro lo stretto tunnel scavato sotto il tempio 16, un brusco passaggio dalla luce accecante del sole a una penombra gelata, che si trasforma in un salto temporale. “Questa galleria permette di squarciare parte del mistero che avvolgeva la nascita della città”. Protetti da una piccola vetrata compaiono gli inquietanti mascheroni in stucco che adornano le facciate del tempio sotterraneo di Rosalila, che hanno spinto l’Unesco a dichiarare la città Patrimonio dell’Umanità nel 1980. I maya li salvarono all’interno della struttura perché erano il monumento funerario dei primi re e regine di Copàn.
Nella Copàn di oggi, non ci sono più re, ma si continua a celebrare tutto, a qualsiasi ora del giorno e della notte, possibilmente con fuochi artificiali. Anche la Messa della Domenica sera in piazza è accompagnata da un frastuono infernale, mentre un’orchestra di marimba impazza e tutti cantano, spudoratamente felici.
All’orizzonte, imperturbabili, i 2435 metri di Pico Bonito, la cui silhouette si eleva sulla foresta pluviale del più esteso parco nazionale del Paese, sogno di molti appassionati di trekking.
Il turismo ecososostenibile è la nuova frontiera dell’Honduras settentrionale, da La Ceiba alla vicina Tela, sonnolenta cittadina appisolata lungo spiagge che sono uno dei segreti più gelosamente nascosti del Caribe. Mai farsi ingannare dalle apparenze: da qui è anche passata la storia, per l’occasione travestita da banana Chiquita. In un palazzo sul lungomare, dove oggi il vento fa cigolare solo vecchi infissi arrugginiti, si potevano decidere i destini di qualche repubblica delle banane. “Il commercio delle banane ha messo l’Honduras in contatto con la cultura americana, dal fast food ai campi di golf”.
A Tela, dove per fortuna i paradisi all-inclusive non sono ancora arrivati, bisogna assolutamente andarci, prima che sia troppo tardi. Oltre il villaggio di Tournabè si profila una giungla dai colori esotici, un labirinto di canali di mangrovie dove si annidano uccelli tropicali, scimmie e alligatori. È il Parco nazionale di Punta Sal. Una lunga pista di sabbia si perde tra la laguna di Micos e il mare battuto dall’onda lunga del Caribe, per finire davanti a una manciata di capanne di paglia. Niente luce, niente acqua, solo le barche dei pescatori e i cocchi che si piegano al vento, villaggio da sogno, dove si vive come due secoli fa, quando i garifunas (i discendenti degli schiavi neri) arrivarono su questa costa. Nei giorni di festa si mangia pesce alla brace e si balla ai ritmi audacemente africani. E chi vuol dimenticare le tristezze di questo mondo beve Sietetumbas, infernale miscela a base di radici fermentate che lo fa sbronzare sette giorni e sette notti. E forse, al risveglio, deciderà di fermarsi qui per sempre.
 
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