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SLOVACCHIA - BRATISLAVA, FUTURO PROSSIMO
---  (Qui Touring Gennaio 2009) ---

Affacciata lungo il corso del Danubio, la capitale della giovane Slovacchia vive un periodo di grande fermento. Non c'è molto tempo. Bratislava sta cambiando pelle velocemente e se volete vivere tutte le sensazioni che una città in corsa può offrire, con tutte le sue contraddizioni ed entusiasmi, occorre venire qui al più presto. La capitale della Slovacchia è un magma inarrestabile che si sta scrollando di dosso quarant'anni di immobilismo comunista, il filo spinato della cortina di ferro, i tronfi monumenti legati al realismo sovietico, tutto muscoli e nessun cuore, e sta conquistando una sua nuova dimensione. Stare Mesto, il piccolo centro storico, in gran parte pedonale, annunciato dalla cupola a cipolla dell'esile porta di S. Michele, perso il grigiore opaco e mortificante dell'abbandono, ha recuperato i suoi lineamenti ed è punteggiato da un locale via l'altro, un negozio via l'altro. I palazzi hanno ritrovato gli stucchi delicati e i colori pastello, gli ori hanno recuperato il loro splendore. I cortili e le piazze hanno riscoperto il calore di locali e cantine, caldi di caffè e chiacchiere, come di pasticcerie e sale da tè, dolci di cuccume, tazzine, cioccolato, boiserie e cristalli. Bratislava è oggi un centro vibrante, la cui energia serpeggia nelle viuzze, fra pub, discoteche, musei, locali di design e stilisti emergenti, come Lea Felcete o Ferko Miklosko. Quell'energia che si ritrova facilmente nelle capitali dell'Europa dell'Est e che invece spesso non si respira nelle nostre città, cariche di storia e monumenti, ma snervate, cieche di futuro, esauste di entusiasmi e desideri, di speranza e ottimismo. Ed alla nostra cultura stagnante, che si pavoneggia di un passato straordinario ma che non produce molto, contrappone gallerie, musei e raccolte d'arte modeste sì, orfane di grandi nomi e tradizioni, ma esibite con l'amore e l'orgoglio di chi sa di possedere poco, ma riconquista e rivendica il proprio passato e prende in pugno il proprio futuro. Bratislava è una città giovane come la Slovacchia. Come i tanti universitari (ben 65mila su una popolazione di 430mila) che ne colorano rumorosamente le strade. Una città che ha il coraggio di prendere in giro anche se stessa, disseminando giocosamente fra guglie dorate e colonne barocche una manciata di irriverenti statue in bronzo che costituiscono la delizia dei visitatori: il Guardone che sbuca dal terreno per sbirciare sotto le gonne delle passanti, il Paparazzo che ruba un'inquadratura da dietro un angolo, il Soldato napoleonico appoggiato alla panchina della piazza principale, il buffo, commovente Bell’Ignazio, l'unico che si riferisca a un personaggio reale, un povero pulitore di tappeti, vissuto nel secolo scorso, che, con il suo frac e il bastone da passeggio, saluta togliendosi il cilindro. Bratislava è una città cosmopolita, oggi come ieri, quando le iscrizioni erano trilingui così come il benvenuto che nel periodo tra le due guerre i negozianti davano ai clienti. Pressburg era il nome con cui era chiamata dai tedeschi che, fino alle espulsioni nel 1945, costituivano la metà degli abitanti. Per gli ungheresi, che durante l'occupazione turca, durata circa 250 anni, vi trasferirono qui la Corte, incoronando nella cattedrale di S. Martino i propri sovrani, era invece Pozsony. Alla fine dell'Ottocento la città contava appena 60mila abitanti, in gran parte tedeschi (artigiani e vinai), ungheresi (nobili e funzionari), ebrei (commercianti, il 10 per cento della popolazione) e una piccola percentuale di zigani e slovacchi, il cui numero aumentò dal 1918, con la nascita della Cecoslovacchia. Solo allora gli slovacchi, che presero il controllo delle istituzioni politiche e culturali, ribattezzarono la città Bratislava, che divenne capitale nel 1993, dal nome dell'ultimo imperatore del regno moravo. Il cuore pulsante del turismo cittadino è oggi rappresentato dal gomitolo del centro storico: le stradine lastricate, le piazze raccolte, i tetti policromi del palazzo municipale, il superbo palazzo Primaziale, dove Napoleone e l'imperatore d'Austria firmarono la pace dopo la battaglia di Austerlitz. Ma soprattutto le eleganti residenze dei nobili ungheresi - Mirbach, Grassalkovich, Kutscherfeld, Tesenàk, de Pauli, Zichv - ora trasformate in musei o ambasciate. Nelle loro sale si esibirono musicisti del calibro di Mozart e Liszt. Alcuni fra i molti il cui nome è legato alla grande tradizione musicale di Bratislava (che vanta peraltro una bella Opera neorinascimentale e la neoclassica Reduta, il palazzo sede della Filarmonica nazionale): Béla Bartók, Haydn, Beethoven, Rubinstein, Marschner, von Dohnànyi. In via Klobùcnicka, soffocata da alti edifici, si può visitare la minuscola, adorabile casetta di Johann N. Kummel (1778-1837), ai suoi tempi considerato uno dei maggiori compositori e pianisti europei, mentre quella di Franz Schmidt (1874-1939) è stata sostituita dalla sede del ministero della Cultura. Il centro storico, ricco di chiese sei-settecentesche, come quelle dei Gesuiti o delle Orsoline, prigioniere di elaborate cancellate che ne impediscono l'accesso anche se le porte sono spalancate, non rappresenta però che una delle molte sfaccettature della città. Basta girare le spalle al Duomo per precipitare in un passato fatto di case morte, tetti cadenti, cornicioni scrostati e pericolanti. E basta alzare lo sguardo per cogliere l'imperiosa mole del castello, alto su una collina, ristrutturato dopo essere stato devastato da un incendio e abbandonato. Signore della città come del fiume, trasformato in museo, nel 1189 vide Federico I Barbarossa riunire qui i crociati della terza spedizione contro i Turchi. Baluardo della cultura contro lo squallore dell'avveniristico ponte a un'unica campata, simbolo del progresso comunista, eretto sventrando l'antico quartiere ebraico, come dell'alta colonna del monumento di Slavin, su un colle al centro del quartiere residenziale più caro della città, eretto nel 1960 in memoria dei caduti dell'Armata rossa. Ciononostante per conoscere la parte più autentica e difficile di Bratislava, quella che altre città dell'ex blocco sovietico hanno già dimenticato, i turisti dovrebbero lasciare il centro storico. Cercare i volumi compatti e squadrati degli edifici funzionalisti, tutto rigore e Bauhaus, come il centro commerciale Bat'a del 1929, progettato dal conte Karfik, la Cassa di Risparmio, palazzo Manderla, dei fratelli Spitzer, villa Dvorak, il blocco residenziale Avion (1930) o il centro commerciale Brouk (1935). Cercare gli edifici dell'epoca socialista, come la torre della Televisione, il "capovolto" palazzo della Radio, la massiccia Galleria nazionale slovacca, la Casa dello studente Mlada Garda. Assaporare l'atmosfera di via Obchodnà, attraversata dalla linea dei tram e lungo la quale sono ammucchiati negozi di abiti usati, di vestiti da sera dalle linee incerte, tutti lustrini e sintetico, ma anche di catene internazionali di abbigliamento. Dovrebbero spingersi nelle periferie e sull'altra riva del Danubio, con i primi shopping center. Qui dove sorge la città nuova, in cui convivono fabbricati del primo dopoguerra e i palazzoni tipici del periodo sovietico, nei quartieri di Petrzalksà, in cui abitano oggi 125mila persone, e di Februàrka. Qui dove alla nitidezza da cartolina, ai cieli che paiono persino azzurri, alla delicatezza degli stucchi, alle superfici levigate e pulite del centro storico si contrappongono quelle ruvide e opache, grigie e anonime del cemento colato, dei prefabbricati della città del socialismo, con i grandi viali senza senso, vuoti di vita e di sogni, che incidono il tessuto cittadino prepotentemente e crudelmente come cicatrici. Ma è proprio da qui che, scommettendo su se stessa, riparte Bratislava. Dai molti laureati che hanno sostituito gli operai dell'industria chimica e della Volkswagen, tanto che oggi i due terzi del Pil urbano sono legati ai servizi, mentre la sua capacità d'acquisto è superiore perfino a quella delle vicine regioni austriache, ad eccezione di Vienna. Riparte dal boom edilizio di banche e business center, dalla vita che è tornata a scorrere nella città vecchia. Dai suoi tanti giovani, con il loro entusiasmo. Perché il futuro è ora.
 
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