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ISOLE EOLIE, FUOCO E VENTO
---  (Qui Touring Luglio/Agosto 2006) ---

Modellate dalla natura, dagli agenti atmosferici e dalla mano dell’uomo, le “sette sorelle” al largo della Sicilia sono un paradiso amato dagli dei e dai turisti. A guardare dall'alto la silhouette che ne delinea il profilo somigliano a schegge di terra lavica ancorata agli abissi, o ad una manciata di meteore cadute in un tratto di mare purissimo in seguito a un cataclisma celeste. Il paesaggio di solitaria bellezza accenna pochi tratti di piccoli abitati, ma soprattutto fumi inquietanti che si levano dalle viscere della terra, testimoni di un'attività vulcanica che caratterizza questo angolo del Mediterraneo tra Messina e Palermo (a nordest della Sicilia). Sono le isole Eolie, decantate nei libri di geografia (e non solo) per la bellezza straordinaria della natura. Sono tutte diverse, con caratteristiche naturali differenti.  Già Strabone (geografo e storico greco di affidabile prestigio) le classificava individuandone le differenze: Ericodes, Strongyle, Lipara, Vtilcania, Dìdyme, Phoenìcodes ed Eiionyinos, che nel corso di un cataclisma vulcanico si schiantò e partorì Panarea con le minuscole isolette oggi chiamate Basiluzzo e Dattilo e gli scogli Lisca nera, Lisca bianca e Formiche. Qui la natura si diverte ad accostare nuances diverse. Vulcano si distingue per le striature del giallo intenso dello zolfo, che si deposita per sublimazione in cristalli multicolori a forma di fiore, sprigionando fumarole dal terreno; Lipari è accecante per il forte contrasto fra il nero luccicante dell'ossidiana e il bianco degli scivoli di pietra pomice che evocano surreali pendii di neve; Stromboli è nera di giorno e di un rosso incandescente di notte per le continue eruzioni di lava; Salina è di un verde inaspettato per i suoi boschi in cima ai crateri ormai spenti e per i filari ordinati di vigne; la bizzarra Filicudi, come anche Alicudi, è verde scura per i ciuffi di cappero che esplodono capricciosamente dalle rocce basaltiche; Panarea ha un colore ambrato, punteggiato dal verde brillante della vite e dal bianco calce delle case con il terrazzo coperto di canne, tipiche di queste isole. Isole disegnate nell'azzurro del mare, le "magnifiche sette" figlie del vento e del fuoco apprezzate dai turisti che trascorrono tranquilli soggiorni estivi o assaporano la semplicità delle cose quotidiane. La vita da queste parti è scandita dal ritmo degli attracchi di battelli e aliscafi. E nella pausa, anche breve, che separa un attracco dall'altro si trascorre la vita di cercata solitudine, priva di scadenze, che da modo di assaporare le bellezze del luogo, immerso in una natura priva di similitudini con altri luoghi, anche vicini. I vulcani delle Eolie sono più giovani dell'Etna, ma anche il serbatoio sotterraneo dal quale attingono le loro lave è molto meno profondo: soltanto tre chilometri e mezzo contro 50-60. Altra differenza sostanziale è la natura del magma: fluido quello dell'Etna, viscoso quello dei vulcani delle Eolie, caratterizzati da parossismi esplosivi. Due delle sette isole sono diventate termini di riferimento nel linguaggio internazionale della vulcanologia. Vulcano, per esempio, è sinonimo di montagna di fuoco, mentre è facilmente definibile "stromboliana"  l'attività esplosiva delle bocche a lava viscosa (Stromboli è l'unico vulcano sempre attivo d'Europa).  Il suo antico nome è Hierà, residenza di Efesto, dio del fuoco e dei metalli. Un luogo di particolare fascino ma anche di interesse scientifico. Suggestiva è l'ascensione al Gran cratere raggiungibile in meno di un'ora da Porto di Levante. All'inizio la strada è abbastanza agevole e attraversa fitti boschetti di una rara varietà di ginestre arborescenti, poi diventa più impegnativa per il terreno incoerente che rende difficile l'appoggio. In circa un'ora si raggiunge il bordo del cratere, una bocca a imbuto dal diametro di mezzo chilometro. Non deve preoccupare il vento caldo, quasi un fiato infernale che costringe a chiudere gli occhi. Sul versante settentrionale si vedono due recenti crateri, Forgia vecchia e Pietre cotte, attivi fino all'inizio del sec. XVIII. Per ridiscendere è meglio il periplo del cratere lungo il bordo, passando per Piano delle fumarole. Ma esiste ancora qualcosa che contraddistingue queste isole: i miti cui esse si legano. Lipari, per esempio, era la dimora di Eolo, il dio dei venti che teneva imprigionati nelle caverne oppure liberava tra le isole dell'arcipelago. Qui, nell'isola più grande, approdò Ulisse dopo essere sfuggito (complice l'inganno) a Polifemo. Eolie stupende, visitate da turisti provenienti da ogni parte d'Europa, che ne apprezzano bellezza e tranquillità. Ma che nascondono un inquietante passato di confino per i forzati, tenuti in queste isole per estrarre zolfo e ossidiana, e per i dissidenti politici, sfuggiti alla morte fisica ma non a quella civile. Passato che non allontana l'andirivieni dei turisti attratti dallo splendido mare; che, in Europa, offre il massimo che si possa desiderare quanto ad acque chiare, fondali da esplorare, calette per intime passeggiate o spiagge isolate, compagne di letture. Che il paesaggio delle Eolie abbia alimentato la creatività cinematografica di alcuni maestri italiani è noto: suggestivi luoghi che sono stati scelti come location dei drammi dell'incomunicabilità e di complesse parabole. Non può sfuggire “Stromboli terra di Dio”, capolavoro di Roberto Rossellini del 1949, per molto tempo incompreso e sottovalutato. E prima pellicola a essere interpretata da Ingrid Bergman per il regista italiano. Oppure, “L'avventura” di Michelangelo Antonioni. E ancora il più recente “Il postino” di Michael Radford, con Massimo Troisi e Philippe Noiret, tratto dal romanzo di Antonio Skarmeta “Il postino di Neruda”. L'intera storia è ambientata in un'isoletta, sconosciuta, del golfo di Napoli; in realtà, però, gran parte delle riprese furono effettuate a Pollara (frazione di Salina in un anfiteatro naturale a picco sul mare). Ma non c'è soltanto natura alle Eolie. Irrinunciabile è la visita al Museo archeologico eoliano di Lipari, nel castello spagnolo. Un contenitore generoso di materiali archeologici che racconta la storia millenaria di questo crocicchio mediterraneo. Molto interessante è la sezione di archeologia marina, con reperti recuperati dai resti di due navi onerarie affondate nella zona sudest di Lipari e al largo di punta Capistrello, a Filicudi. Altrettanto importante è la collezione detta di “coroplastica liparese”, serie di terrecotte dipinte di uso teatrale databile tra il V secolo e il 252 a.C. Sul punto più elevato del castello, la scenografica cattedrale normanna, in cui si conserva la statua argentea di S. Bartolomeo, e lo stupendo chiostro del vicino monastero. Meno deputata alla solitudine delle sue sorelle più piccole, Lipari è un angolo caribico in pieno Mediterraneo. Basta andare a Canneto (minuscolo borgo il cui lungomare disegna un'ampia curva a est dell'abitato di Lipari), a Porticello, dove una cava di pomice precipita nel mare regalando alle acque sfumature turchesi e al sito un aspetto lunare; oppure ad Acquacalda, riparata dal promontorio di punta Castagna. Ma, soprattutto, sulla splendida Spiaggia bianca, considerata la più bella dell'isola, che si staglia contro la colata di ossidiana delle Rocche rosse. O ancora sulla scogliera Ponente, in località San Salvatore, da dove si ammira la sfilata delle sette sorelle vegliate dai faraglioni e dagli scogli affioranti disseminati in un silenzio marino. Panarea si distingue per virtù più mondane. La sua posizione è stupenda, a picco sul mare su un rilievo a forma di falce che abbraccia cala Junco. Mentre Alicudi, la più lontana e meno abitata dell'arcipelago, sottolinea le proprie bellezze naturali, considerandosi, con un pizzico di civetteria, un paradiso esclusivo per gli amanti della natura: qui, come a Filicudi, l'acqua potabile viene portata con la nave cisterna. Stromboli, la più settentrionale dell'arcipelago, rimane forse la più spettacolare per la sua continua attività eruttiva, specie di notte, che le ha fruttato il soprannome datole dagli antichi, Faro del Mediterraneo. Un faro che però non oscura un'altra realtà, fatta dall'umile gente contadina che abita queste isole, ribadendo il proprio contatto con la terra e l'estraneità con il mare, e che produce delizie come i capperi profumati e la blasonata malvasia di Salina e ancora coltiva le terrazze di Filicudi. A sostegno di una cucina dai sapori semplici ma indimenticabili, come il mare e le luci di questo arcipelago.
 
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