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GENOVA, NOI CHE L'ABBIAMO VISTA
---  (Touring Luglio/Agosto 2014) ---

Città mercantile e siderurgica, si è reinventata come destinazione turistica e culturale, forte dei suoi nobili palazzi patrimonio dell’Unesco, musei, mostre. E ben 21 botteghe storiche. Alzate la testa. Genova, la superba, costringe a guardare in alto. Va scoperta inseguendo con gli occhi la fuga sbarazzina di scale, fregi ed edicole votive su esili case-torri, arrampicandosi fra terrazzini asfittici, finestre dagli occhi vuoti e stupiti e vele di lenzuola e camicie. Solo così si può cogliere la stratificazione storica e sociale della fastosa Repubblica marinara del doge Andrea Doria, la regina del Mediterraneo del secolo dei Genovesi, quel Cinquecento che con la prima banca d'Europa finanziava l'imperatore di Spagna come il re d'Inghilterra. Ma va anche gustata con calma abbassando lo sguardo nel piatto, fra pansoti e farinate, pesto e pandolce. Una città verticale di ascensori, funicolari e case affastellate che cercano il cielo, fioriscono al sole e ramificano al buio, chiudendosi su un formicaio umano che si aggira brulicante su strade anguste, tradite dalla luce. Una vertigine continua, un precipitare ininterrotto ora verso l'alto ora verso il basso: dalla granitica immobilità degli edifici al convulso aggirarsi dei suoi abitanti, gli "uomini che non si voltano", per poi rimbalzare ancora a cercare quella luce che stana l'ombra e consuma ogni spazio piovendo dall'alto in un fremente pulviscolo dorato. Genova è tutto uno smarrirsi, un inestricabile grumo fisico, urbanistico e psicologico. Ragnatela medievale che imprigiona chiese romaniche marezzate e oratori barocchi, viottoli in salite ansimanti, madonne appese agli angoli, portici larghi che si arrendono a dedali di caruggi che ignorano il conforto delle piazze, venuzze dove corre veloce la vita di gente di poche parole e il sangue di una città spigolosa che dà poca confidenza, chiusa dalla muraglia cinese dei forti che le cingono le spalle. Giardini aerei e terrazze digradanti abbagliate e abbaglianti e labirinti di pieghe oscure, lame di sole e pozze d'ombra, luce data e luce negata. Cuore mercantile, spirito libero. Santi da pregare, focacce da impastare, collezioni d'arte come prestigio e bene rifugio. Paganini e De André, Garibaldi e Mazzini, Colombo e Montale. Una città di mare terrestre, che guarda il mare di lontano, in bilico fra l'ombrosa monumentalità della Sicilia gattopardesca e il fascino ambiguo e torbido dei centri portuali. Nata mercantile, cresciuta meccanica e siderurgica, carica di odori e intraprendenza, dopo sette secoli di Repubblica e decenni opachi di inappetenza, negli anni Cinquanta Genova implose su quel porto che aveva visto partire merci e quasi un milione di poveri. Smarrita la propria dimensione e vocazione di emporio finanziario, fallito il sogno industriale che ne aveva deturpato i panorami, chiusa in un sonno rancoroso di rassicurante ignavia, si ripiegò su se stessa. Ma abdicando priva di illusioni al suo passato si reinventò città d'arte. Quando aprì il cuore e le porte dei propri palazzi, così arroganti sul paesaggio ma così arrendevoli ai pennelli di frescanti e pittori, quando fece pace con la suburra inquieta del suo centro storico, il più vasto d'Europa, abbandonato dai suoi abitanti alle sigarette di contrabbando, all'amore a pagamento, alla fantasia dei cantautori e alle nuove comunità di immigrati, questa città parcheggiata sul mare, scelse di vivere. Sposando cultura e turismo trasformò il conservatorismo e la riservatezza ombrosa, che avevano portato dogi e nobili ad accumulare e custodire gelosamente tesori e bellezza, nel suo più grande e duraturo investimento. Rilanciata dalle Colombiane del 1992, con l'apertura dell'Acquario e del Museo del mare sul nuovo waterfront, ricavato dalla restituzione alla città del mare grazie al progetto di Renzo Piano del Porto antico, dalle grandi mostre di Palazzo Ducale come dall'iscrizione dei Palazzi dei Rolli nella lista dell’Unesco, Genova si scoprì bella. E seduttiva, capace di attrarre famiglie e amanti dell'arte. Oggi questa città di 580mila abitanti vanta un milione di visitatori all'Acquario e 600mila a Palazzo Ducale, è un esempio di come in Italia, unendo un'offerta culturale di qualità a un'attenta gestione dei costi, sia davvero possibile fare cultura pubblica. Palazzi storici, giardini, tesori d’arte, ma la Superba custodisce anche 21 botteghe storiche, tutelate da soprintendenza, Comune e Camera di commercio, esempio delle eccellenze artigiane e gastronomiche locali. Alla grande tradizione genovese di dolci di derivazione araba si ispira Pietro Romanengo fu Stefano, fondato nel 1789 per il commercio delle spezie ma dal 1814 convertitosi a canditi e gelatine sulle orme della gloriosa confetteria francese. Un paradiso di marmi, fregi, specchi intagliati, stucchi, affreschi, lastricato di cioccolatini, confetture, sciroppo di rose, zuccherini, frutta e violette candite. Garbo antico, eleganza di cristalli molati, alzatine e vasi di vetro, una bomboniera da salotto di nonna Speranza che ricorda Le golose guantate di Guido Gozzano («Io sono innamorato di tutte le signore che mangiano le paste nelle confetterie.. »). Anche Domenico Villa apre nel 1827 la sua bottega di "droghe e coloniali" per poi passare alla pasticceria. Nel 1965 il locale, che oltre agli arredi originali conserva anche attrezzi e macchinari antichi, passa nelle mani di Elena e Mario Profumo, forte di una lunga esperienza presso la fabbrica di cioccolato Horvath. Marco e Maurizio continuano ora nel solco della tradizione della confetteria ligure con praline, olive di cioccolato, pasticceria mignon e i quaresimali di Pasqua, dolci in pasta di mandorle nati nei conventi. Creata alla fine del settecento come cioccolateria, la Pasticceria Liquoreria Marescotti, ospitata nella duecentesca Loggia Gattilusio, è stata la Bella Addormentata della dolceria genovese. Dal 1979 per trent'anni è rimasta cristallizzata come il giorno dell'improvvisa scomparsa di Irma Marescotti, le vetrine addobbate, le bottiglie in bell'ordine, il resto nel monumentale registratore di cassa americano dei primi del Novecento, l'ordine per il lattaio sul banco. L'orologio fermo sulle 5. Il bacio di Alessandro Cavo, quinta generazione di pasticceri, l'ha risvegliata. Dopo quasi 12 anni di "caparbia follia", nel 2008 la polvere che ricopriva fregi, ottoni e marmi e gli arredi in stile Carlo X si è dissolta. Oggi la pasticceria, con annessa sala da the e da ristorazione, è il regno fatato degli amaretti di Voltaggio, frutta candita, cotognata e del robusto aperitivo Marescotto. Città di dogi e di camalli, dove il mondo si sfida annualmente a colpi di pestello nel Campionato di pesto organizzato dall'associazione dei Palatifini, Genova passa con disinvoltura dalle raffinatezze dolciarie nobili e borghesi alla cucina popolare. Dal mercato del Carmine alle “sciamadde”, dove gustare farinate, frisceu di erbette e torta Pasqualina, alle pollerie come Aresu del 1910, quattro generazioni di entusiasmo e professionalità, alle tripperie. Come La Casana, da più di due secoli questo locale foderato di maioliche bianche dove troneggiano due pentoloni in rame da 700 litri prepara sette tipi di trippa: accomodata alla genovese con fagioli bianchi ma anche castagnetta, quattro stomaci... Fino a un quintale di trippa fresca o cucinata al giorno, mentre i tavolini con i piani in marmo ricordano i tempi in cui ai marinai si serviva brodo caldo di trippa per far passare la sbornia. Dopo questa scorpacciata di cibo si impone un digestivo alla Farmacia Alvigini. Fondata nel 1906 e ora diretta con piglio deciso da Giorgetta Alvigini, conserva un soppalco in legno scolpito, piastrelle decorate con ciclamini e una collezione di vasi da farmacia, mortai e bilance, oltre ad arredi liberty in radica di ciliegio. Morbide linee art nouveau ritornano nelle vetrine e nella boiserie di Finollo, dal 1899 simbolo dell'eleganza maschile genovese che ama ispirarsi a quel mondo anglosassone che, per iniziativa di un gruppo di inglesi, nel 1892 fece nascere la prima squadra di caldo italiana, il Genoa cricket and football club. Fondato da Emanuele, raffinato disegnatore di tessuti, Finollo ha annoverato fra i suoi clienti il duca di Windsor e l'avvocato Agnelli e ora sciorina cravatte di tutti i colori, accessori per uomo e camicie. Arredi liberty e déco, ma anche macchine da cucire e tavoli da sartoria d'epoca da Pissimbono, altro tempio dell'eleganza maschile, e da Pescetto, aperto nel 1922, e dedicato a prestigiose firme d'abbigliamento. Botteghe per l'aristocrazia del denaro, celebrata nei monumenti di Staglieno, botteghe di popolo, quella massa di scontenti che nel 1892 fece della Superba il luogo di nascita del Partito socialista. Solo perché c'erano le Colombiane ed il biglietto ferroviario da tutta Italia costava la metà.
 
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