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IRLANDA - DA LIMERICK AL CONNEMARA, LUNGO LA SELVAGGIA ATLANTIC WAY
---  (Touring Aprile 2015) ---

A volte bisogna andare lontano per ritrovare se stessi. Spingersi oltre l'orizzonte, calarsi nel vuoto più denso e pieno per ridare spessore alla propria esistenza, per riportare alla giusta proporzione la propria quotidianità. Sentirsi infinitamente piccoli per tornare a essere realmente grandi, padroni del proprio spazio e del proprio essere. Quello che si può fare lungo la Wild Atlantic Way. Terra da vincere, frontiera da passare, cielo di cristallo e giochi di nuvole, la costa occidentale dell'Irlanda morsa dall'Atlantico, schiacciata fra scogliere di arenaria e voli di procellarie, restituisce il desiderio di tempo per vivere, per amare, per vedere passare ancora il treno, il mare gonfiarsi e cercare la luce. L’lrlanda dagli occhi verdi, i capelli rossi scompigliati dal vento e le lunghe dita che accarezzano valli e colline marezzate di erica, fiocchi di pecore, lacrime di uccelli marini, pioggia grigia e pesante che vela i colori, luci taglienti e vapori pastosi, riempie ancora il cuore e schiaccia la mente, incapace di accogliere tante emozioni. L'Irlanda è un'amante dal cuore saldo, impetuosa e inquieta, forte e rude, innocente e sincera, acerba e incompleta come solo i giovani sanno essere. Vorresti essere fiume per correre gorgogliando con lei, lago placido per confortarla, mare spumeggiante per stuzzicarla. Lungo i 2.500 km sfilacciati della costa brumosa che improvvisamente si accende in technicolor, fra merletti di croci celtiche ricamati di pietre e di licheni, rose solitarie, castelli crepati dal tempo, fari eroicamente isolati, cimiteri di lapidi antiche lisciate dalle lacrime degli uomini e dei secoli, incalzata da cavalloni di nuvole pesanti di pioggia, la terra precipita nel mare. In questo luogo mistico di spazi immensi e profonde solitudini, salmoni guizzanti e mucche pietrificate, pub caldi di patate e di musica, schiumanti di Guinness, il vento regola pensieri ed emozioni, i sogni corrono sui fili d'erba e le cappelle cercano la luna quando desiderano pregare. Mentre, marinaio senza barca, l’occhio sospeso alla linea d'oro del tramonto, rischi di naufragare in un oceano di emozioni color porpora,  rinfrancato dal suono dei tuoi passi, per rivendicare la tua identità affondi le mani nella terra, respiri a pieni polmoni, lanci un grido che rotola e rimbalza lungo i fianchi delle rupi, sciogliendosi tra le onde. E senti di essere vivo come non lo sei mai stato. Seguendo stradine che scappano via, ti abbandoni al ritmo irregolare e tormentato della costa, fra scorci e squarci di spiagge timide e larghe, e scogliere arroganti dal profilo intinto nella luce fremente, incontri monologhi ruvidi di muretti carichi di pietre e di anni, pecore dai musi neri paghe della propria solitudine, grumi coraggiosi di casette di paglia. Bibbia e whiskey. E piccoli abitati che orlano di bianco il fianco morbido di un golfo che la marea accarezza dolcemente. Eppure l'Irlanda è figlia di Marte, non di Venere. Non conosce le mezze misure. Non concede nulla al lezioso. Questo non è un mare per sirene, una terra per acquerelli È una bellezza terribile. Quella cantata da William B. Yeats, lo stesso che all’ingresso del pub Flannery’s di Limerick, con i suoi oltre 100 tipi di whiskey, saluta: «Qui non ci sono stranieri, ma solo amici che non avete ancora incontrato». E di amici come Paul Flannery, la Capitale della cultura europea 2014 adagiata lungo le ampie rive del fiume Shannon, ne regala tanti. Sincera e diretta anche nei musei, a partire dall'insolito Hunt Museum, con una delle maggiori collezioni private del Paese, affascinante guazzabuglio che mischia quadri, dipinti, oggetti, antico Egitto, Renoir e Picasso. Massiccio e inconsueto pure il St. John's Castle, scale e scalette, stanze e stanzucce, un ampio cortile interno, ricostruzioni multimediali e figuranti per rendere la quotidianità di un castello del XVI secolo. Volti nuovi, palazzi georgiani e una robusta vita culturale per questa città senza grilli per la testa che ha legato il proprio nome a un breve componimento in poesia amato anche da Gianni Rodari, il limerick. Tempio di questo nonsense di cinque versi in rima baciata, graffiante e ironico, è il The White House bar dove, per iniziativa dell'ospitale Barney Sheehan, ogni mercoledì si svolgono recital di poesia aperti a tutti. E a tutti è aperta anche la Street Line Critics, una rete di scrittori che promuove un dibattito critico con e per la città, condividendo pensieri e poesie scritti con il gesso sui marciapiedi. Lasciata la città e imboccata la Wild Atlantic Way, il fiume si cambia in mare e il mare in uno stato dello spirito. La strada galoppa verso la penisola di Loop Head rincorrendo il faro che spezza l'esasperante monotonia dell'orizzonte. Costeggiando scogliere di arenaria la lingua di terra del capo scivola lungo l'ampio anello dell'estuario dello Shannon e si assottiglia sempre più fra placide mandrie che ruminano incuranti del ruggire del mare che azzanna orridi di rocce punteggiate del bianco e nero delle procellarie. E improvvisamente smetti di correre, di inseguire ritmi che non ti appartengono e respiri del respiro dell'universo. Scegli la semplicità, il sole, la pioggia, plachi l'ansia del fare e, pago di guardare l'Atlantico, fra schiaffi di vento, percorri lo stretto sentiero che conduce all'arco roccioso dei Bridges of Ross. Lenta e pigra la strada si arrotola e si srotola lungo la costa, l'occhio rivolto alle onde che giocano con le lucide schiene dei delfini, fino alla luna perfetta di Kilkee, ricordi vittoriani e sport acquatici. E visitatori illustri, da Charlotte Brontè a Che Guevara, ospite nel 1961 del The Strand, dove si gustano un'ottima cucina a base di pesce e la calda e non formale ospitalità irlandese. Passato Spanish Point, che nel 1588 infranse l'orgoglio dell’lnvencible Armada, ecco le strepitose Cliffs of Moher, 214 metri di vertigine, rocce, puffini, gazze, armenti in bilico sulla cresta erbosa. Stormi di turisti pancia a terra sul bordo del baratro, selfie imprudenti e imperdibili e crociere per ammirare, naso in su, le scogliere fra uno stridio di uccelli e voli in picchiata di cormorani affamati. Surfisti e giocatori di golf, lasciata Doolin, che risuona di cornamuse e tamburi, perdi, abbandoni e riprendi la Way, spingendoti nel lunare Burren, 250 kmq di tavolato carsico intagliato dal tempo, rocce grigie, genziane e silenzi. Il Connemara delle torbiere, dei festival e delle ostriche di Galway come dei castelli della piratessa Grace O’Malley, è il regno dei pescatori alla mosca che al Ballynahinch Castle, vicino alla vivace cittadina di Clifden, costruiscono esche artificiali belle come gioielli e giocano a rimpiattino con i furbi salmoni. Disteso fra il lago omonimo e un fiume, il castello settecentesco appartenne a Dick Martin, difensore dei diritti degli animali, e nel 1924-1932 al principe indiano e campione di cricket Jam Sahib. Dal 1945 è un hotel noto all'elite dei pescatori di tutto il mondo, pronti a sfidarsi a colpi di prede esibite in bella mostra sul piano di marmo all'ingresso del club. Orgoglio e solitudine: nessuno di loro dirà mai esattamente dove le ha catturate.
 
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