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FRANCIA - POLINESIA FRANCESE: RANGIROA, LA BELLA SELVAGGIA
---  (Dove Viaggi 2013) ---

L’isola che non c’è. Quella nascosta in fondo al cuore. Quella che ognuno sogna. Palme, lingue di sabbia chiara, mare di cristallo e acque vergini. Selvaggiamente bella. Ma di una bellezza che non ha nulla a che vedere con le immagini patinate delle cartoline con le piscine e i vassoi di manghi e ananas depositati al mattino davanti all’ingresso del bungalow. Un’isola nel vero senso della parola.
Un punto nell’atollo di Rangiroa, nell’arcipelago delle Tuamotu, Polinesia Francese. Il suo nome: Avea Rahi. Suona già come un benvenuto. Per i pochi, pochissimi che hanno non solo la fortuna, ma anche il coraggio di spingersi fin li’. Mancano persino il telefono e la luce elettrica. Sopra, ci sono soltanto cinque farè (le caratteristiche capanne polinesiane) del Villagge Sauvage. Nascoste tra la vegetazione, sono costruite da secoli nello stesso modo: con foglie di cocco e pandano intrecciate insieme e montate su una palafitta. Per permettere all’aria di rinfrescare la capanna sopra e sotto. Non c’è cemento e non c’è traccia di plastica. Tutto è ricavato dalle materie prime dispensate da madre natura. Il grande letto, costruito con doghe di legno di mango, ha lenzuola di cotone stampate a mano come i variopinti parei che i polinesiani usano per vestirsi. La doccia e il lavandino non sono certo di porcellana. Ma ricavati da due enormi gusci di tridacna gigas, le conchiglie gigantesche che hanno dato origine a infinite leggende marine.
Non poteva che essere soprannominata “Sauvage” , selvaggia, un’isola del genere. Persino arrivarci non è facile, è il luogo ideale per una vacanza alla Robinson Crusoe. Da Tahiti ci vuole un’ora di volo fino all’atollo di Rangiroa, e poi due ore di barca prima di arrivare sul lato opposto della laguna. Sotto un sole che abbaglia, l’acqua svela i suoi segreti. Mostrando i passaggi navigabili tra i banchi di corallo. Quando ci si avvicina a riva e i fondali diventano troppo bassi per essere solcati dalla barca, entra in scena un’esile piroga a bilanciere: l’unico mezzo che può solcare il mare intorno al motu e guadagnare la spiaggia di Avea Rahi.
L’unico collegamento tra il resto del mondo e Avea Rahi è una radio vhf. A bordo di questo microcosmo la vita è regolata dal viaggio del sole attraverso il cielo. Ogni capanna può ospitare un paio di persone e ha a disposizione una piroga. Qui non si passa la giornata in spiaggia. Qui ogni ospite si cala nelle acque cristalline popolate di piccoli squali inoffensivi e pesci di ogni specie e dimensione. Pescare è quasi un gioco. Sono sufficienti un amo, un pezzo di filo e una minuscola esca, per attirare intorno a sé nuvole argentate di pesci voracissimi. Anche la pesca subacquea non richiede grandi sforzi: basta nuotare in due metri di fondo, per scegliere la preda migliore.
Piatto principesco è il caratteristico poisson cru à la Tahitienne. Pesce crudo, marinato nel succo di lime appena raccolto e condito con latte di cocco fresco.
Un frutto tuttofare, il cocco. In Polinesia è una risorsa preziosa. Le foglie si utilizzano per costruire le capanne, i gusci si trasformano in piatti e stoviglie, la polpa diventa la base di un dessert e il succo è una delle bevande più dissetanti. Ma ci sono anche manghi, papaie, frangipane. Un tripudio di piante e di frutti. Perché Avea Rahi è ricca di acque dolci. Rudimentali sistemi di raccolta convogliano, nei farè, l’acqua piovana e attingono dal sottosuolo quella che penetra nella sabbia e si deposita come in un serbatoio naturale. Senza mescolarsi all’acqua salata del mare perché è più leggera e rimane in superficie.
Ma Avea Rahi non è solo la meta di un viaggio esotico. Non è solo il fascino primitivo dei Mari del Sud. È l’occasione per ritrovare se stessi. Quando il sole tramonta sul mare e lascia spazio alla notte, quando le stelle rendono magnifico lo spettacolo del cielo australe e in basso, sul mare, l’unico bagliore è quello del plancton mosso dalla risacca, allora è silenzio vero. L’uomo è solo. Persino un libro è di troppo. Anche perché la luce del lume a petrolio è troppo fioca per rischiarare le pagine.
Allora si guarda più lontano e si comincia a imparare.
 
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