-- Venezia-Il Ghetto Antico - Viagginsieme

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VENEZIA: L’EPOPEA DEL GHETTO ANTICO-IL SESTRIERE DI CANNAREGIO RACCONTA LA SUA LUNGA STORIA
---  (Rivista Touring Aprile 2016) ---
Fuori ci sono i banchetti di pesce, frutta e verdura, i negozi, i turisti che percorrono la Strada Nuova per raggiungere piazza S. Marco. Dentro, oltre un sottoportico buio e stretto ai piedi del ponte delle Guglie, si nasconde un luogo in cui le mattinate scorrono silenziose e i pomeriggi sono movimentati dai bambini che escono da scuola e si lanciano in corse con il monopattino. È il ghetto di Venezia, nel sestiere di Cannaregio, dove viene naturale guardare in alto. Palazzi di otto o nove piani non se ne vedono altri in tutto il centro storico perché solo qui, nel quartiere ebraico, gli architetti si sono trovati a progettare alloggi in uno spazio circoscritto e, chiuso, con l'unica possibilità di ampliarsi in altezza. La loro è stata un impresa senza precedenti nel primo ghetto d'Europa e del mondo, che nel 2016 celebra 500 anni di storia. Prima del 29 marzo 1516, quando il Senato della Serenissima ordinò a tutti «li giudei» di «abitar uniidi» in questa zona della città - un'isola allora unita da due soli ponti al resto di Venezia - la parola ghetto,  pronunciata spesso in veneziano "geto", indicava l'area in cui le fonderie pubbliche "gettavano" il metallo fuso per realizzare bombarde e campane. Dal XIV secolo esistevano già una calle del Ghetto Vecchio e un campo del Ghetto Nuovo: nella prima si lavoravano i metalli, nel secondo, nato a distanza di qualche anno, si accatastavano gli scarti. Nello studio-galleria in cui oggi l'artista israeliana Michaj Meron dipinge colorati passaggi della Torah, si ironizza sul fatto che il Ghetto Nuovo è in realtà il più antico, perché gli ebrei hanno iniziato a viverci nel 1516; il Ghetto Vecchio, sito originario delle fonderie, è stato abitato in seguito, nel 1541. Ma c'è anche un Ghetto Nuovissimo, una piccola area di sole due calli, aperta nel 1633 per dare alloggio a un numero sempre crescente di abitanti israeliti, arrivati a essere quasi cinquemila. La comunità ebraica di Venezia ripercorre i 500 anni del ghetto con eventi, incontri, mostre e dibattiti: è l'occasione per conoscere un luogo il cui nome, in tutto il mondo, è associato all'idea di segregazione e discriminazione, ma che qui ha significato soprattutto scambio e crescita culturale. Levandosi lo scialle di preghiera dopo una lezione di Halakhan ("la via da percorrere") nel Bet Midrash, la sala studio al piano terra della sinagoga Levantina, il rabbino capo della comunità ebraica di Venezia, Rav Scialom Bahbout, dice che l'istituzione del ghetto non è un avvenimento da festeggiare: «Rappresenta un momento triste nella storia di Venezia e degli ebrei, ma è importante ricordarlo soprattutto per come la comunità si è evoluta dopo la sua abrogazione nel 1797, con l'arrivo di Napoleone. Da quel momento, gli ebrei hanno continuato a vivere e produrre, integrandosi nella città, segno che durante la segregazione non si sono pianti addosso ma hanno reagito. La ricorrenza dei 500 anni celebra la forza della cultura ebraica e quanto di positivo ha costruito assieme a quella veneziana». Nel 1516, quando il Ghetto è stato istituito, la comunità era un melting pot di ebrei italiani e tedeschi, uniti a quelli fuggiti dall'impero ottomano e dalla Spagna: nei secoli precedenti Venezia aveva accolto molti ebrei tedeschi, per la maggior parte prestatori di denaro, mestiere proibito ai cristiani. Prima della sua abrogazione, il ghetto era chiuso da cancelli di ferro che venivano aperti al mattino al battito della Marangona (la campana più grande del campanile di S. Marco), e chiusi la sera a mezzanotte da quattro custodi cristiani pagati dagli stessi ebrei. Era un ordine stabilito dal doge, affinché gli abitanti «non vadino tutta la notte attorno». «Ma qualche fuga notturna c'era», racconta Michael Calimani, giornalista e membro della comunità. «I veneziani avevano spesso bisogno di medici ebrei, più preparati e competenti dei cristiani in molte discipline: per questo, a pochi mesi dalla nascita del ghetto, era stato approvato un decreto che consentiva loro di uscire di notte per le visite». Esempi affascinanti di contaminazione fra cultura ebraica e veneziana sono le cinque sinagoghe. Bevendo un caffè in campo del Ghetto Nuovo e alzando la testa per contare i piani dei palazzi non è facile immaginare che dietro le loro facciate, dall'intonaco un po' fatiscente, si nascondano luoghi di culto di rara bellezza, in cui spiccano interventi barocchi con tocchi di rococò, tipici del Settecento veneziano. Sono solo alcuni finestroni ad arco a indicare che, fra un appartamento e l'altro, collegate alle abitazioni attraverso corridoi e scale, ci sono la Scuola Grande Tedesca, sinagoga di rito askenazita istituita nel 1528; la Scuola Canton, del 1532, chiamata così, probabilmente, per la sua collocazione in angolo (cantori, in veneziano), e la Scuola Italiana, costruita nel 1571 in mezzo alle abitazioni degli ebrei e, per questo, difficile da visitare. Alla scuola Tedesca ed alla Canton, si accede dall'ingresso del Museo ebraico, dove sono custoditi pregiati oggetti religiosi ed esempi di manifattura orafa e tessile databili tra il XVI e il XIX secolo, oltre a libri e manoscritti antichi. Guardando con lungimiranza alle commemorazioni per i 500 anni del ghetto, l'organizzazione no-profit Venetian Heritage ha avviato una raccolta fondi per sostenere un radicale restyling degli spazi del museo e per restaurare le sinagoghe. Se nel Ghetto Nuovo si percepisce l'esigenza di non ostentare la destinazione religiosa degli edifici, nel Ghetto Vecchio la Scuola Levantina, restaurata nei secoli dall'architetto veneziano Baldassare Longhena, e la Ponentina (o Spagnola) sono luoghi di culto riconoscibili anche dall'esterno, grazie alle bimah (pulpiti) sporgenti e ai finestroni in vetro che si affacciano sul Campiello delle Scuole. La comunità ebraica di Venezia utilizza per i suoi riti la Levantina (che si visita in estate) e la Spagnola (che si visita in inverno). Sono aperte contemporaneamente solo per lo Yom Kippur, il giorno di digiuno dopo il Capodanno ebraico, fra settembre e ottobre. A dimostrare quanto ebrei e veneziani collaborassero è anche il fatto che Venezia sia diventata, per alcuni decenni, la capitale dell'editoria ebraica: qui, nelle stamperie cristiane, hanno visto la luce la prima Bibbia rabbinica (1517) e il primo Talmud (1524-25). Ogni sabato (shabbat), giorno di riposo in cui agli ebrei è vietato toccare il denaro, si assaggia la vita e la quotidianità del ghetto e della sua comunità che, al termine della funzione religiosa nella sinagoga, si raduna nel campo del Ghetto Nuovo. Da 25 anni la comunità veneziana, che oggi conta 450 membri, divide gli spazi del ghetto con quella ortodossa Chabad Lubavitch, che gestisce una Yeshivà, una scuola di Talmud e Halakhah, e il ristorante kosher Gam Gam che si trova nel Ghetto Vecchio, all'ingresso del sottoportico. Il secondo ristorante kosher Ghimel Garden, nel Ghetto Nuovo, è gestito dalla comunità veneziana e fa parte del complesso della Kosher House Giardino dei Melograni; si tratta di una struttura pensata per i visitatori di religione ebraica, ma è aperta a tutti. Durante le festività religiose in cui gli ospiti non possono toccare i tasti dell'ascensore o gli interruttori della luce, così come l'acqua calda del rubinetto, a loro disposizione ci sono un ascensore automatico, timer per l'illuminazione e bollitori, così come candele e altri accessori. Il Sabato è giorno di festa anche per i negozianti e le botteghe restano chiuse. Sono solo quattro le attività commerciali gestite da titolari di religione ebraica, un'altra decina è diretta da non-ebrei. Nonostante la crisi, lo storico negozio di oggettistica religiosa di Diego Baruch Fusetti resiste, forte della sua storia e tradizione: realizza oggetti religiosi artigianali in argento, bronzo, cristallo e vetro di Murano. Le vetrine di Fusetti sono nel Ghetto Vecchio, come quelle dello studio d'artista di Michal Meron e della Stamperia del Ghetto, dove si vendono introvabili serigrafie dell'illustratore genovese Emanuele Luzzati, pezzi unici di un artista conosciuto in tutto il mondo. Il quarto negozio, il David's Shop, è nel Ghetto Nuovo: propone oggettistica e souvenir. Facendo shopping qui è facile incrociare i passi di chi va e viene dalla casa di riposo israelitica o di chi si reca al Mikvè, la sala del bagno rituale ebraico. Le pareti di questo edificio storico ospitano il memoriale della Shoah, un monumento costituito da sette formelle in bronzo, opera dell'artista lituano Arbit Blatas (1908-1999), che, insieme alle pietre di inciampo che distraggono il cammino sui masegni, ricorda le 246 vittime veneziane della deportazione nazista. All'Ufficio Informazioni della Comunità Ebraica (www.jvenice.org) si trovano mappe, volantini e riferimenti utili per approfondire la storia del ghetto ed esplorarlo come un museo diffuso. L'ufficio è nel Ghetto Vecchio, in cui resiste anche il panificio Volpe, aperto negli anni Cinquanta: la vetrina propone una vasta scelta di dolci ebraici e pane azzimo accanto a pane comune e dolci tipici delle festività cristiane. All'ufficio informazioni non è raro che qualcuno chieda dove ha vissuto Shylock, il "Mercante di Venezia", ma Shylock è frutto della fantasia di Shakespeare e non è esistito realmente. Sotto i portici del campo, c’è il banco rosso dei pegni, il più antico al mondo: pare che l'espressione "andare in rosso" abbia avuto origine dalle ricevute di color rosso rilasciate dal banco, riaperto di recente al pubblico, a secoli dalla sua chiusura.
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