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PANAMA – ORGOGLIO NAZIONALE PER IL SECONDO CANALE
--- Touring Febbraio 2017 ----

Il raddoppio del collegamento tra Atlantico e Pacifico è un momento storico per il Paese centroamericano. Ma lontano dai traffici mercantili rimane una destinazione con paesaggi intatti e tradizioni da scoprire. Strizzata nel suo vestito bianco, rosso e blu la presentatrice di Tvn Noticias prosegue imperterrita nella diretta. Sono le sei e mezza del mattino e alle chiuse di Aguas Claras sembra di stare in un bagno turco, ma nulla la scuote e nulla la ferma. Suda, sorride e parla mentre la Cosco Panama shipping, nave cargo cinese lunga 360 metri, avanza lenta come la statua della Madonna nelle processioni del Santo Patrono. Alle spalle l'Atlantico, davanti, dopo dieci ore e 80 chilometri, il Pacifico. «Este è un dia historico por nuestro Paìs» ripete la presentatrice mentre le cola il trucco. Difficile darle torto. Il giorno storico era il 26 giugno 2016, data in cui è stato ufficialmente aperto il raddoppio del canale di Panama, con l'accento acuto sull'ultima a, che qui ci tengono. Giornata dell'orgoglio panamense con il popolo in piazza a gioire come se avessero vinto i Mondiali. Il mantra ascoltato in ogni dove ripete che «El canal es de todos». E allora tutti festeggiano. Del resto un po' è vero: anche perché se Panamà ha un posto sulle carte geografiche, è proprio perché è il Paese del canale, non altro. Così “l'Ampliacion”, come chiamano qui il faraonico progetto di raddoppiare le chiuse di ingresso per far passare la navi “Post-Panamax”, lunghe fino a 366 metri e larghe 49, è davvero un momento storico per la piccola (3,5 milioni di abitanti) Repubblica centroamericana. Fa il paio con il 15 agosto 1914 quando, con il passaggio del cargo statunitense SS Ancon, fu inaugurato il primo canale di Panama. Ma quello non era davvero panamense. Allora fu fortemente voluto dal presidente americano Theodore Roosevelt. Prima, nel 1903, Roosevelt favorì in tutti i modi l'indipendenza di Panama dalla Colombia, di cui da quasi un secolo era solo una misera provincia. Poi fece firmare al nuovo governo una concessione agli Stati Uniti per la realizzazione del progetto e la gestione perpetua del Canale. Così per decenni il Canale ha rappresentato uno Stato nello Stato. Da un lato e dall'altro i sei chilometri di terra intorno alla struttura - The Canal zone - sono stati a tutti gli effetti territorio statunitense. Uno spicchio piccolo, che di fatto divideva in due il Paese: con il paradosso che a un cittadino panamense potevano chiedere il passaporto per andare da una parte all'altra del suo stesso Paese. Una situazione che è andata avanti fino al 31 dicembre 1999 quando il canale è finalmente diventato di sovranità panamense. Merito di un trattato firmato nel 1977 dall'allora presidente Jimmy Carter e dal dittatore militare, Omar Torrjos. Quello "nuovo" è stato voluto dal popolo panamense, che nel 2006 ha votato compatto sì a un referendum in cui si chiedeva se intraprendere o meno l'opera ciclopica investendo quasi 4 miliardi di dollari. Un voto scontato perché qui il Canale è qualcosa di più che un'ottima fonte di guadagno (l'opera si ripaga da sola in un paio di anni d'esercizio) e una fondamentale via di comunicazione: il Canale è vita. Senza i suoi traffici, lo Skyline della capitale Panama City oggi non assomiglierebbe a quello di una New York sul Pacifico, perché nessuna banca e nessuna società l'avrebbero scelta come sede per le proprie attività finanziarie in chiaroscuro, trasformandola da placida e sbrecciata città coloniale in paradiso per l'evasione fiscale e il riciclaggio di denaro. Senza le migliaia di navi cargo che lo attraversano, non avrebbe iniziato negli anni Sessanta a immatricolare imbarcazioni di altre nazioni sotto la sua bandiera per far pagare meno tasse agli armatori. Senza Canale, Panama non sarebbe stata così appetibile per i cartelli dei narcotrafficanti sudamericani come punto di transito privilegiato della cocaina e base per il riciclaggio di denaro. Insomma niente Canale, niente Panamà. E tutt’al più si identificherebbe Panama con un cappello di foglie di palma a tesa larga usato oramai solo dai tedeschi ai tropici, e dall'uomo Del Monte nella pubblicità. Ma essendo prodotto in Ecuador non sarebbe gran motivo d'orgoglio. E invece del Canale tutti i panamensi sono genuinamente orgogliosi. Perfino gli indigeni della piccola comunità Emberà, una delle sette tribù autoctone, che vive sulle rive del fiume Chagres, all'interno dell'omonimo parco nazionale a pochi chilometri dal Canale. «Per una nazione piccola come la nostra un'opera così è un successo incredibile», racconta Celso a bordo della piroga con cui si naviga verso il suo villaggio. Originario della zona di Darién al confine della Colombia, questo piccolo nucleo di un centinaio di Emberà si è trasferito qui da una ventina d'anni perché non ne poteva più degli sconfinamenti dei narcos che devastano i villaggi sulle montagne. Vivono nel bel mezzo della foresta tropicale, a una ventina di minuti di canoa dalla strada nazionale che unisce le due chiuse del Canale. Una manciata di capanne di legno per dormire, una più grande comunitaria dove si tengono le danze rituali e gli spettacoli per i turisti e due per ospitare chi vuol provare l'esperienza di vivere qualche giorno come un indigeno. Perché gli Emberà di questa comunità vivono essenzialmente di ecoturismo. Grazie alla cooperazione americana si sono aperti ai visitatori cui cercano di passare il senso della loro cultura e della scelta di vivere in mezzo alla foresta tra caimani e scimmie invece che nel cemento di Panama City, che dista solo un'ora. «Potevamo scegliere. Ma meglio stare tranquilli qui, consapevoli di che cosa sia la vita in città, che vivacchiare malamente nella periferia della capitale tradendo la nostra antica cultura», racconta con consapevolezza Celso. Lui ha studiato turismo all'Università e ha deciso di tornare a stare qui, nel villaggio dove è cresciuto. Vivono da indigeni nel XXI secolo, con pannelli solari dietro la capanna che generano l'energia elettrica necessaria per far funzionare un frigorifero e ricaricare il cellulare. «Vogliamo continuare a vivere la nostra cultura e la nostra lingua in stretta connessione con la natura, come facevano i nostri avi. Ma questo non significa che dobbiamo rifiutare la modernità e la tecnologia», racconta mentre mostra la scuola elementare dove studiano i ragazzini del villaggio con una mappa del mondo in bella vista. «Vivere qui è una scelta consapevole, puoi andare in giro con un gonnellino di paglia e avere una pagina Facebook per promuovere il turismo senza problemi», prosegue Celso, che dalla consapevolezza con cui parla oltre al turismo deve aver studiato antropologia. E in effetti la contraddizione è solo apparente. Confinare i popoli indigeni in un limbo senza storia e cambiamento è un modo assai eurocentrico di vedere le cose. Te ne rendi conto mentre pilucchi tilapia grigliata e banane fritte e uno degli indigeni racconta di essere stato a Bergamo, per un festival di danze popolari. In una nazione che è un porto di mare è normale che gli indigeni girino il mondo. Ma se gli Emberà vivono a due passi dal Canale e in qualche modo ne sono coinvolti, all'arcipelago di San Blas o nel turistico ma sonnacchioso arcipelago di Bocas del Toros, il Canale è solo un cartellone pubblicitario -«Un dia historico» - che ti accoglie all'aeroporto. Il traffico incessante di portacontainer è quanto di più lontano ci sia da queste isole caraibiche abitate dagli indiani Kuna. Sono circa trentamila, insediati su 49 tra le 378 isole e atolli dell'arcipelago, si governano da soli seguendo le indicazioni del leader della comunità, “il Sahila”, il quale pensa a tutto, amministra la giustizia e combina i matrimoni. «El canal es de todos», sarà anche loro?

DA SAPERE
ARRIVARE: l’aeroporto di Tocumen si trova a 24 chilometri dal centro della città. Dall'Italia non ci sono
voli diretti.
QUANDO ANDARE: il periodo migliore per andare a Panamà è durante la stagione secca che va da metà
dicembre a metà aprile. Durante la stagione delle piogge, può essere caldo e talmente umido da diventare opprimente nonostante i continui brevi rovesci.
VISITARE IL CANALE: chi volesse vedere da vicino il Canale ha due possibilità, o andare a uno dei due centri visita alle chiuse di Miraflores, sul lato Pacifico non distante dalla città, o al nuovo Observation Center a Colon. Ma l’esperienza migliore è navigarlo almeno in parte da Panama City e tornare in treno, un giro di sei ore.
 
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