-- Sulmona, il gran rifugio - Viagginsieme

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SULMONA: IL GRAN RIFUGIO
---  (Touring Luglio/Agosto 2013) ---

La rinuncia di papa Ratzinger ha fatto tornare d’attualità la vicenda di Pietro da Morrone, asceta che da questa città partì per il soglio pontificio e poi rinunciare al papato. Una visita ad una città di antichissime origini, ricca di cultura e monumenti.
Un Dante della nostra era in quale girone piazzerebbe papa Benedetto XVI, il pontefice della rinuncia? L'Alighieri collocò Celestino V nell'Antinferno, tra gli ignavi, non perdonandogli la (supposta) viltà nell'abbandonare il pontificato: con l'abdicazione avrebbe agevolato l'elezione al papato di Bonifacio VIII, al secolo Benedetto Caetani, di cui Dante, da guelfo bianco, non amava le ingerenze in politica. Chi era quel Celestino «che fece per viltade il gran rifiuto», tornato di recente agli onori della cronaca? La storia ne racconta la vita nei dettagli. Sia sufficiente, sapere che Pietro Angelerio, questo era il nome del futuro papa, nacque nei primi anni del Duecento in una località non precisata del Molise, undicesimo figlio di una famiglia contadina, e che, dopo un soggiorno nel monastero benedettino di S. Maria di Faifoli, si ritirò, da asceta, in una caverna sul monte Morrone, nei pressi di Sulmona. Da qui il nome di Pietro da Morrone. La stessa montagna lo accolse di nuovo, per una solitaria vita di riflessione, dopo una pausa romana, dal 1241 nella grotta di S. Maria di Segezzano, prima del suo trasferimento in un'altra romita spelonca, questa volta sulla Maiella. Nel frattempo Pietro aveva fondato una congregazione, riconosciuta da papa Gregorio X come ramo della famiglia benedettina, denominata dei «frati di Pietro da Morrone» e, in seguito, dei Celestini. Nel 1294 (Dante aveva 29 anni!) un conclave di soli 11 cardinali elesse al trono di Pietro quell'omonimo dell'apostolo che soggiornava tra i gioghi della Maiella. L'eremita accettò senza troppi entusiasmi la carica, e comunque, scortato dal re Carlo II d'Angiò in persona, in groppa a un asino, raggiunse l'Aquila dove, nella basilica di S. Maria di Collemaggio, fu incoronato Papa il 29 agosto del 1294. Tra i primi atti del papa ex eremita, la Bolla del perdono che, anticipando di sei anni il disposto del primo Giubileo, concedeva l'indulgenza plenaria a chi, confessato, si fosse recato nella basilica di Collemaggio all'Aquila tra i vespri del 28 agosto e il tramonto del 29. Era la Perdonanza che ancor oggi si celebra nel capoluogo abruzzese. Del rifiuto e della morte dell'eremita ancora si disputa, certo è invece il ritorno delle sue spoglie, a 700 anni dalla canonizzazione (3 maggio 2013), nella chiesa aquilana dopo la traslazione post terremoto del 2009, con il pallio, l'insegna pontificia per eccellenza, donato da Benedetto XVI in occasione della sua visita dopo l'evento sismico. Una lunga introduzione storica per cominciare, la visita della nobile città di Sulmona partendo da un imponente esempio di architettura monasteriale, quello della ex casa generalizia dei Celestini, appunto, Ordine come sappiamo fondato da un eremita che sarebbe divenuto Papa, che in contrasto con le sue origini fu uno dei più ricchi e diffusi in Europa fino allo scioglimento, decretato, nei primi anni dell'Ottocento, dall'effimero padrone del continente che si chiamava Napoleone e che pretendeva di diffondere i principi laici della rivoluzione. Chi arriva a Sulmona dall’autostrada A25 e percorre la valle Peligna, che già il poeta romano Ovidio, qui nato nel 43 a.C, descriveva come ricchissima di gelide acque, non può, guardando verso oriente, non notare il campanile che corona la chiesa barocca e domina il grandioso complesso architettonico della Badia morronese. Nella chiesa si trova il rinascimentale sepolcro del cavaliere di ventura Jacopo Caldora, signore di Pacentro (paese alle falde del Morrone che ben si distingue in fondo alla valle), che si guadagnò fama nell'imperversare delle lotte tra angioini e aragonesi per il controllo del regno di Napoli. Dall'abbazia si scorge la chiesetta aggrappata alle rocce sorta in ricordo di Pietro Celestino, che nella locale vulgata è nota come l'eremo di S. Onofrio al Morrone e domina anche il sito archeologico che, spacciato per decenni come la villa di Ovidio, è in realtà ciò che rimane di un grande tempio di epoca romana dedicato a Ercole. Archiviata la visita ai luoghi celestiniani si prosegue verso Sud per conoscere la città dovunque nota per i confetti, ma che ha molto da raccontare in fatto di storia dell'arte. Per apprezzarne la complessa ricchezza monumentale è bene sapere che la storia della città è bimillenaria e che la tradizione vuole che sia stata fondata da Solimo, da cui il nome, fuggiasco compagno di Enea. Per certo sappiamo che la Sulmo di epoca romana è coinvolta nella guerra sociale come alleata della potente Corfinium, capitale della lega Italica. La città si sviluppò secondo i canoni classici dell'urbanistica imperiale con un suo cardo (l'attuale corso Ovidio) e un decumano maggiore (via Roma/via Mazara); che durante il medioevo si protesse con una cinta muraria, ancor oggi ben visibile; che a fine Cinquecento trovò menzione nell'atlante di Braun e Hogenberg (1572-1617), Civitates orbis terrarum, dedicato alle maggiori città del mondo. Sappiamo anche che divenne sede episcopale e che un suo vescovo, Panfilo, ne è il patrono. In epoca di dominazione sveva, a metà del Duecento, Sulmona è capitale della regione, è dotata di palazzi per l'amministrazione pubblica, piazze per fiere, giostre e mercati ed è ricca di chiese e monasteri oltre che di un imponente acquedotto (costruito nel 1256 e ancora in funzione). A Sulmona si batteva moneta e si amministrava la giustizia, si allevava il baco da seta e si produceva la carta. Mercanti e banchieri locali e immigrati si arricchivano con agricoltura e pastorizia. Prosperavano artigianato, lettere e cultura: notai, intellettuali e poeti, come Marco Barbato, che aveva amicizie con colleghi importanti come Petrarca (che gli dedicò le Epistole metriche) e Boccaccio, che si fermava volentieri nel centro peligno nel suo andirivieni tra Firenze e Napoli. Ma da quando Corradino di Svevia, fu sconfitto a Tagliacozzo, e la città passò in mani angioine poco disposte a perdonare ai sulmonesi la loro politica pro-Corradino, cominciò il declino della ricca città medievale. Di più: da metà del Trecento i terremoti si susseguirono, le pestilenze fecero il loro corso e la città si impoverì. Ebbe successo però l'arte dell'oreficeria che, col marchio «Sul», aveva committenti in tutta la Penisola. L'epoca aragonese consentì una nuova primavera per la patria di Ovidio che ne adottò le iniziali di un mezzo verso (Sulmo mihi patria est) per gloriarsene nello stemma, ma la capitale della regione era persa per sempre. Iniziò quella vita di provincia che, nel bene e nel male, dura ancora oggi. I terremoti continuarono a cancellare le vestigia dell'antica città sveva e quello catastrofico del 1706 dette a Sulmona l'aspetto che ancora resiste. La visita di Sulmona non può durare poche ore. Per apprezzare, perdendosi tra i vicoli ricchi di antiche dimore patrizie e borghesi, quel che resta dei fasti sulmonesi, occorre fermarsi per qualche giorno, magari facendone anche la base per escursioni nei parchi naturali che la circondano. Per i frettolosi c’è comunque un elenco delle cose da non perdere, camminando in direzione lungo il corso Ovidio a partire dalla Cattedrale di S. Panfilo con l'imponente facciata (dove gli stili romanico e gotico hanno confini labili), una composita abside e una cripta con la sedia vescovile in pietra: il palazzo e la chiesa dell'Annunziata, forse la più importante architettura civile dell'Italia centromeridionale e una tra le più maestose chiese barocche; il Museo civico e gli scavi archeologici nel sito del palazzo dell'Annunziata; piazza XX settembre, centro cittadino con palazzi significativi della storia locale e il monumento ad Ovidio; la rinascimentale fontana del Vecchio e l'acquedotto di epoca sveva; l'antico portale laterale della chiesa di S. Francesco della Scarpa e la cosiddetta rotonda; piazza Garibaldi, l'antica e vasta piazza Maggiore, dove si svolgono i mercati, la sacra rappresentazione pasquale della Madonna che scappa in piazza e, d'estate, la Giostra cavalleresca. E poi ancora: la chiesa di S. Chiara e il monastero delle Clarisse, dove si vuole sia nata la tradizione di intrecciare con fili e nastri di seta i confetti per dar vita a fiori e rosari, attività ancora oggi fiorente; la chiesa di S. Maria della Tomba, edificata all'inizio del Quattrocento, che vanta un magnifico rosone; la trecentesca porta Napoli al coronamento meridionale della cinta muraria. La monumentalità della città l'ha scoperta anche il cinema. Dopo aver giocato da protagonista nel celebre Parenti serpenti di Monicelli del 1992, a Sulmona sono stati ambientati e girati “The American”, tratto dal romanzo di Martin Booth “A very private gentleman” e diretto dal regista Anton Corbjin con protagonista George Clooney, ed “Un Natale coi fiocchi” con Alessandro Gassmann e Silvio Orlando. E quando una città diventa set cinematografico non c'è (quasi) più altro da aggiungere!
 
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